Quando ero piccola, dalle mie parti si diceva “rabbino” per indicare una persona particolarmente parsimoniosa, un sinonimo di “taccagno” insomma. Io non sapevo cosa volesse dire quel termine e quella ebraica era una religione come le altre della quale non conoscevo molto, dunque, probabilmente mi sarà capitato di utilizzare innocentemente quel termine in modo improprio.

Oggi scopriamo che cinque ragazzini tredicenni di Forlì hanno imbrattato un muro con le scritte più provocatorie che potessero concepire, mescolando concetti presi qua e là, dei quali chiaramente non sanno nulla: “A cerchiata” simbolo dell’anarchia, svastiche e l’immancabile parola Ebrei. Elementi vari che hanno imparato a conoscere probabilmente in rete, attraverso i meme che si scambiano sui social o le chat, immaginette e semplificazioni che spesso non vengono capite fino in fondo ma si mescolano a un metalinguaggio infantile, appena superiore alla lallazione. I concittadini dei piccoli imbrattatori danno la colpa ai rappers che “mettono la violenza in testa ai ragazzini”, non capendo che questi seguono percorsi comunicativi tutti loro, estranei alla conoscenza e alla comprensione dei genitori, i quali forniscono ai bambini cellulari e abbonamenti ma non gli strumenti giusti per difendersi dalla net-agorà, quella piazza virtuale nella quale si ritrovano nudi e soli.

Chi crea questi meme? Ragazzi più grandi, nella migliore delle ipotesi. Intanto sappiamo per certo che alcuni partiti di destra pagano post sponsorizzati affinché questi vengano visualizzati sui profili facebook dei più giovani, utilizzano instagram e persino Tik Tok con i suoi video non-sense per raggiungere le fasce più giovani e indifese dei cittadini connessi. L’invasione nel mondo dei piccoli avviene con una facilità estrema perché passa attraverso contenuti che veicolano simboli sconosciuti mescolati con battute semplici, immagini buffe, situazioni banali, con il linguaggio sbruffone e disincantato dei ragazzini, senza che i genitori sappiano nulla.

Prima che un bambino possa accedere autonomamente alla rete dovrebbe fare un corso di sopravvivenza e spesso anche il genitore più responsabile si limita a fornire elementi che possano proteggerlo dall’unico pericolo percepito: la pornografia.

E’ indispensabile che i ragazzi abbiano gli strumenti per decodificare i messaggi inseriti all’interno dei prodotti social a loro rivolti, i quali viaggiano su autostrade digitali non sicure; come quando pensano di chattare con ragazzini della loro età e invece finiscono per avere contatti con reti di pedofili, così pensano di condividere innocue battute create da coetanei, delle quali comprendono il significato solo a livello molto superficiale e intanto assorbono simboli e parole che fanno parte della propaganda più oscena e scorretta. I testi dei “rapper cattivi” sono un falso problema, sollevato da chi non arriva a comprendere dove si annida il pericolo vero. La scuola è l’unico avamposto in grado di contrastare il pericolo della propaganda infantile sulla quale certi partiti stanno investendo importanti somme di denaro: è necessario che già dalle medie, i professori insegnino i primi rudimenti di linguaggio pubblicitario, propagandistico e persuasivo affinché gli studenti imparino a riconoscere le trappole degli adulti.

Se pensate sia presto, forse non avete idea dell’abisso nel quale lasciate che i bambini (e anche i ragazzi più grandi) sprofondino quando mettete loro in mano un oggetto in grado di collegarsi al mondo in modi che neanche il più attento e responsabile genitore può immaginare. Vigilare, controllare, proibire, marciare su Roma nelle loro stanze serve a poco se li si lascia disarmati, spogliati e muti in un parco giochi nel quale si parlano linguaggi esotici, attraenti e spassosi.

Bisogna dare loro il codice e le parole, prima che sia qualcun altro a insegnare loro l’idioma immorale dell’imbroglio.