Come direbbe la De Filippi a “C’è posta per te”, questa è la storia di un amico di mia figlia, universitario fuori sede in un appartamento con troppi coinquilini: sembra che nella casa si respirasse un tasso di testosterone quasi letale, misto lerciume di pavimenti, con dessert di cucina in crosta di batteri e foglia d’alloro. Io, impietosita, un giorno mi permisi di far giungere al ragazzo un suggerimento: che si trovasse un lavoretto per poter partecipare alle spese universitarie e magari, ambire a una situazione più confortevole.

La famiglia del ragazzo attraversava un periodo difficile in seguito a un incidente sul lavoro che aveva reso invalido il padre e così, pensavo che un incoraggiamento a trovare lavoro potesse giovare a tutta la famiglia.

Il tempo passava e dopo un iniziale slancio di entusiasmo, il ragazzo era sprofondato in un profondo lassismo. Non cercava più lavoro, non frequentava le lezioni, dava l’impressione di essersi letteralmente rintanato in casa tipo programma di “protezione testimoni”.

Non capivo e chiedevo spiegazioni a mia figlia, sempre più incuriosita dalla situazione, ma anche lei non comprendeva lo strano comportamento dell’amico che sembrava aver perso ogni entusiasmo dopo una telefonata con la madre. E da lì, giù dritta a pesare ogni ricordo, ogni parola, per poter scovare indizi della materna patologia che, del resto, avevo già perfettamente individuato in quella donna col primogenito lontano senza lasagna di mammà, senza maglioncino a collo alto se fa freddo (e fa sempre freddo fuori casa, a qualunque latitudine), che trascura di fare pipì prima di uscire non avendo più lei a ricordarglielo.

Io, perfetta psichiatra con una chiara diagnosi in tasca, pronta a elargire ottime e perfette opinioni snocciolando il mito della madre castrante, venti tomi di Freud, trentacinque puntate di Pomeriggio Cinque, una selezione accurata di telenovelas sudamericane degli anni ’70, fornita anche di una discreta conoscenza dei test di Cioè di fine anni ’80: un vate della psichiatria moderna.

Mesi dopo il ragazzo era tornato a casa sua e a sorpresa dovetti rivedere la mia pur brillante diagnosi. Venni a sapere che la mia proposta di cercare un lavoretto aveva portato il panico in casa: la mamma, al telefono, lo ammonì di smettere di cercare lavoro, profilo basso, abbiamo scherzato. L’affare era serio, si rischiava molto. Sembra che le parole usate dalla prudente genitrice fossero: “non cercare lavoro che ci tolgono la cittadinanza”. E qui, ammetto che potrebbe esserci stato un fraintendimento in una delle fasi di “telefono senza filo” che mi ha fatto pervenire lo scambio di opinioni tra madre e figlio, ma suppongo che esista anche la possibilità che lei avesse usato proprio quel termine.

Alla fine ho capito che si parlava di “Reddito di Cittadinanza”, quella straordinaria soluzione ai problemi del Paese che ha avuto un peso fondamentale nell’ottenimento del risultato storico di “abolire la povertà”, scoraggiando naturalmente i rampolli delle famiglie che ne beneficiano a emanciparsi, a cercare inutili occupazioni e diventare indipendenti.

Il Reddito è quella ciliegina al sapore di olio di ricino che sta benissimo sulla torta immaginata dal creatore del Movimento, con una base di rete gratuita e accessibile a tutti, che veicola il Verbo fuori consecutio attraverso un solo organo di in-Formazione online accreditato (da lui medesimo).

Mescola tutto insieme all’assenza di quotidiani cartacei e giornalisti i quali saranno stati eliminati, terminati, aboliti, fuori legge.

Sarà un mondo bellissimo, non vedo l’ora di perdermelo.