In queste ore l’hashtag #CancelNetflix si propone di censurare l’intera piattaforma a causa della locandina del film Cuties, accusata di “promuovere la sessualizzazione di ragazzine undicenni”; tutto parte dell’immagine del poster (recentemente eliminato con tanto di scuse da parte di Netflix), in quanto il film è già ben noto da mesi, premiato a Gennaio al Sundance Film Festival 2020 e recentemente censurato in Turchia.

Scagliarsi contro la pellicola vuol dire innanzitutto cadere nell’equivoco che raccontare una storia equivalga automaticamente a farne un modello e a proporne l’emulazione.

In questo racconto di formazione si affrontano tematiche importanti a partire dalle difficoltà della giovane protagonista, figlia di immigrati senegalesi e musulmani in Francia, la quale si trova ad affrontare le rigide regole di una famiglia che l’ha destinata a diventare moglie (con matrimonio combinato) e madre, poco dopo la prima mestruazione; nel contempo cresce in lei il desiderio di essere accettata tra i coetanei con i quali si deve misurare e trovare il suo spazio. La ragazzina si avvicinerà così al twerking perché praticato dalle “bulle” della sua scuola che naturalmente esercitano un grande fascino su di lei, spinta dal desiderio di integrarsi ed essere parte del gruppo dominante.

Quel tipo di danza molto sensuale è funzionale alla storia perché evidenzia in modo forte e disturbante il contrasto con la rigida educazione subita in famiglia, dove la protagonista viene schiacciata, la sua femminilità immatura nascosta come un peccato e costretta nel ruolo di donna sottomessa (esattamente come la madre) prima al padre e poi all’uomo che verrà scelto per lei.

Inoltre, la naturale curiosità preadolescenziale nei confronti del mondo degli adulti e della sessualità che lei e le sue nuove amiche cercano di capire e dominare senza però disporre di adeguati strumenti emotivi e psicologici, si esprime nello scimmiottare le ragazze più grandi che ammiccano dai social con la loro continua fame di like e approvazione: tutto ciò ci spinge a una riflessione che va ben oltre una locandina che ritrae delle undicenni che “giocano alle donnine”.

Un’opera d’arte, un film, un libro, raccontano una storia, descrivono un momento, propongono un’immagine e non un suggerimento o un modello da imitare.

Se non capiamo questo, siamo molto vicini alla barbarie dei falò di libri proibiti.